Sull’adesione al PSE, come dare un senso all’ingresso del PD in Europa

6 Dicembre 2013  /   Nessun Commento

A seguito dell’annuncio, dato dal Segretario del PD Guglielmo Epifani, riguardo l’organizzazione dell’Election Congress del PSE a Roma il prossimo Febbraio, ma soprattutto a seguito delle polemiche sollevatesi in seguito a queste dichiarazioni, ha trovato nuova linfa anche l’annoso dibattito interno al PD sull’adesione o meno di quest’ultimo al Partito Socialista Europeo.

Tuttavia, fino a questo momento, il dibattito, per quanto alle volte duro, si è basato unicamente su argomenti di per se abbastanza deboli, non andando mai oltre ragioni ideologiche o di appartenenza e tralasciando quelli che potrebbero essere interessanti spunti di riflessione derivanti dalla discussione. L’adesione al PSE viene vista esclusivamente come una mera presa di posizione, come il segno di appartenenza ad una determinata fazione o come l’adesione a determinati valori e programmi, senza però mai andare più in profondità cercando di inquadrare la questione in un contesto più ampio.

L’ingresso del PD all’interno di un partito europeo infatti, non dovrebbe implicare soltanto determinate (e condivisibili, ci mancherebbe) prese di posizione, ma dovrebbe promulgare allo stesso tempo un più profondo dibattito sulla situazione attuale dei partiti nazionali e sul loro ripensamento in chiave europea. Detta in altre parole, la scelta dell’adesione ad un partito europeo dovrebbe essere accostata ad uno sforzo convergente verso una costante e progressiva europeizzazione della struttura del partito Democratico in modo da dare un vero senso “all’ingresso del PD in Europa”.

Per capire appieno queste ragioni è però necessario aprire una parentesi per fare luce su quelle che sono le funzioni del partito politico all’interno della democrazia rappresentativa e dunque chiarire il suo ruolo all’interno di essa. Allo stesso tempo è necessario fare il punto su quello che è stato il processo di trasformazione che ha coinvolto i partiti nel corso degli ultimi cinquant’anni ed il ruolo che ha giocato (e ancora oggi gioca) il processo di integrazione europea in tale processo.

Volendo sintetizzare, i partiti politici svolgono, nel loro rapporto con la democrazia rappresentativa, quattro ruoli principali.
1) Innanzitutto svolgono un ruolo di rappresentanza, ovvero di mediazione tra Stato e Società civile.
2)  A questo ruolo di rappresentanza si deve integrare quello di controllo dei governati sui governanti, ovvero il ruolo di garanti dell’accountability e della legitimacy del processo democratico
3)
Terzo ruolo dei partiti è quello di promotori dell’integrazione della democrazia rappresentativa all’interno del contesto sociale dei paesi, attraverso la loro cosiddetta azione di socializzazione politica
4) Infine, non si può dimenticare la doppia funzione, svolta dai partiti, di aggregazione delle domande e articolazione dell’offerta.

Tuttavia, con l’incedere del processo di integrazione Europea, i partiti politici hanno trovato sempre maggiori difficoltà nel portare avanti queste funzioni, assistendo così all’erosione della propria legittimità e popolarità. Queste difficoltà nascono come conseguenza diretta del processo di integrazione europea, il quale ha portato ad una costante perdita di sovranità da parte degli stati nazionali, costretti, trattato dopo trattato, a sottomettersi alle decisioni comunitarie in un numero sempre maggiore di ambiti. Questa sempre maggiore perdita di sovranità ha di conseguenza ristretto lo spazio politico nazionale, contribuendo quindi alla perdita di legittimità e di competitività dei partiti nazionali, ampliando allo stesso tempo lo spazio politico europeo.

A questa crisi di legittimità i partiti in Italia hanno risposto principalmente in tre modi:
1) Attraverso un progressivo passaggio verso strutture leaderistiche. L’avvento di Forza Italia ne è l’esemplificazione più limpida. I partiti si sono sempre più trasformati in macchine elettorali al servizio del leader carismatico. La loro base è stata erosa sempre più, mentre i quadri dirigenziali di partito sono stati sostituiti da persone fidate ed esterne alla politica a guisa di un modello imprenditoriale della politica che non vede di buon occhio la mediazione, preferendo ad essa l’efficienza e il decisionismo verticistico
2) Il Movimentismo (più delle volte populista) che vede nell’abbattimento di qualsiasi forma di mediazione e nella partecipazione diretta della base alle decisioni riguardanti la cosa pubblica un simbolo di purezza e autenticità nel mondo corrotto della moderna democrazia.
3) Il Tecnocraticismo. Sull’onda del pensiero neoliberista, dominante dagli anni ’70, è emersa sempre più la convinzione che per governare in maniera efficace per paese fossero necessari esperti provenienti dal mondo dell’accademia, tecnici esterni dagli “intrallazzi” della mediazione politica, persone che avessero l’expertise necessario per rilanciare le sorti del belpaese. L’ultimo governo Monti, con il riverente e accondiscendente seguito dell’èlite industriale italiana ne è il più lampante e recente esempio.

Queste tre risposte alla crisi della forma partito tradizionalmente intesa (aggravata a sua volta dagli scandali di tangentopoli) non solo non si sono rivelate capaci di risolvere il grave problema di rappresentanza e partecipazione democratica, ma anzi, hanno esacerbato ancora di più questo problema, portandolo ad assumere dimensioni pericolose per la stabilità della nostra democrazia.
Questo essenzialmente per tre ragioni:
1) Innanzitutto perché hanno diminuito ancora di più la partecipazione politica. La deriva leaderistica ha ridotto la politica ad uno show televisivo, ad un comitato estemporaneo, ad un “applausometro”, appiattendo il confronto e l’attività sul territorio, il tecnocraticismo ha sminuito completamente ogni forma di input proveniente dal basso, annullando il dialogo e la mediazione in nome di una superiorità indiscutibile.
2)
Perché hanno frammentato e reso quindi inefficace la partecipazione. Questo è particolarmente vero per tutti i movimenti che hanno proliferato negli ultimi vent’anni. Essi, pur raccogliendo un ampio successo ne breve periodo, si sono dimostrati completamente inefficaci nell’articolare una domanda forte e di ampio respiro, e nel veicolare una partecipazione duratura attorno a questa domanda, per instaurarsi concretamente sui territori. Essi sono rimasti per lo più movimenti aleatori, alimentati da domande estemporanee, finendo col frammentare ed indebolire quei legami partecipativi caratteristici dei partiti politici
3)
Infine Perché hanno ridotto l’accountability. La sempre maggiore focalizzazione sull’expertise e sul leader, ha reso le élite politiche del paese sempre più distanti dalle pulsioni della società civile, aumentando così sempre più le sensazioni di abbandono e distacco da parte della gente verso le istituzioni. Questo ha portato ad un crollo della partecipazione democratica oltre che ad un drammatico calo del consenso nei confronti delle istituzioni e della classe politica del paese.

E’ necessario quindi, al fine di ricostruire la credibilità e la fiducia verso le istituzioni democratiche del paese, ritrovare quegli elementi tipici della partecipazione democratica, in grado di ridare slancio al nostro paese. E’ necessario in poche parole, ricostruire veri e genuini partiti politici in grado di veicolare ed articolare il dibattito e la partecipazione della società civile.

Allo stesso tempo però è necessario confrontarsi con il restringimento dello spazio politico dovuto al processo di integrazione europea.

PSE 2E qui torniamo al punto iniziale. Il solo modo per venire a capo di questa doppia sfida infatti è una sempre più progressiva europeizzazione dei partiti, nel nostro caso del PD. Questo non vuol dire soltanto mettere la propria bandierina a Bruxelles o dichiararsi socialisti europei per soddisfare una fetta di elettorato. Significa invece una progressiva integrazione della struttura partitica nazionale in un contesto sopranazionale, dando sempre più un respiro europeo alle azioni, alle decisioni e alle discussioni che vengono intraprese al suo interno. Il focus dell’azione partitica non deve più essere meramente nazionale, ma una consistente parte degli sforzi deve essere incentrata ad influenzare il processo decisionale europeo in tutte le sue sfaccettature e all’interno delle sue molteplici sedi (ed il PSE è sicuramente una di queste). In una situazione in cui la stragrande maggioranza della legislazione nazionale è redatta a Bruxelles, in cui la discrezionalità nelle scelte di politica economica sono ridotte al lumicino è inconcepibile non ricostruire una posizione del PD all’interno di un dibattito di più ampio respiro, un dibattito che possa dar forma a scelte transnazionali, più coordinate, più condivise e, in ultima analisi, più forti e meglio accettate.

L’auspicio dunque è che il dibattito futuro non si articoli solamente attorno alla domanda PSE si, PSE no, ma che si allarghi ad una europeizzazione dal basso dell’identità e del Partito Democratico, per tornare finalmente ad essere protagonisti, in Italia, ma soprattutto in Europea.

di Michail Schwartz

Michail Schwartz nasce a Cremona il 26 Gennaio 1990. Trasferitosi a Firenze nel 2009, nel 2013 consegue la laurea in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Firenze con una tesi sulla struttura e l’organizzazione del Partito Socialista Europeo. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Studi Europei presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università di Firenze.

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