Elezioni europee e deficit democratico: facciamo un po’ di chiarezza

15 Novembre 2013  /   Nessun Commento

Mercoledì 6 Novembre 2013 Martin Schultz ha ufficializzato la propria candidatura a Presidente della Commissione Europea. Questo annuncio sembra aver finalmente aperto il dibattito (fino a questo momento circoscritto al mondo accademico e a qualche testata specializzata) sulle prossime elezioni europee e sulla grande novità che le caratterizzerà: per l’appunto, la nomina, da parte delle maggiori partiti europei, di un proprio candidato alla presidenza della Commissione.

Questa novità ha fortemente rinvigorito allo stesso tempo il più datato dibattito riguardo il deficit democratico caratterizzante l’UE, deficit che in molti pronosticano essere, se non cancellato, per lo meno ridotto, dalla presenza di un candidato “di partito” in sella all’organo “tecnocratico” dell’Unione.

Tuttavia sulle maggiori testate nazionali, e di riflesso all’interno del dibattito pubblico, le idee riguardo la nozione di deficit democratico, il problema di una sua reale esistenza, nonché la soluzione che viene avanzata dai partiti europei, sembrano abbastanza confuse. Quella che dunque dovrebbe essere una delle conseguenze più benefiche (e sulla quale torneremo più avanti) della nomina di un candidato unitario alla guida della Commissione, rischia di alimentare un dibattito distorto su cosa non funzioni nell’UE e su come tentare di aggiustarla.

Riguardo la nozione di deficit democratico molto è stato scritto, soprattutto a livello accademico.
Riassumendo, cinque sono le principali obiezioni che vengono sollevate:
1) Che il processo di integrazione europea abbia portato ad un accrescimento nel potere degli esecutivi nazionali e allo stesso tempo ad una diminuzione di quello dei parlamenti
2) Che il Parlamento Europeo sia troppo debole rispetto agli altri organi principali
3) Che l’UE sia troppo distante dai cittadini
4) Che le possibilità di esercitare pressioni da parte dei grandi interessi non siano corrisposte da un’organizzazione degli interessi diffusi (tramite partiti politici europei per esempio)
5) Che non vi sia una vera e propria contesa elettorale per il controllo dell’agenda politica dell’UE (Hix, 2006).

Fatta chiarezza sugli elementi essenziali della nozione di deficit democratico, è importante capire le principali cause che hanno portato ad esso, e dunque, in buona parte, alla profonda disaffezione verso l’UE e le sue istituzioni.

A partire dall’istituzione della CECA l’Unione Europea ha vissuto una naturale fase di costruzione della sua impalcatura economico/istituzionale. Questa fase necessitava di decisioni prese di comune accordo tra le parti, per far si che tutti potessero in qualche modo beneficiare delle regole di base dell’EU. Naturale che dominasse il metodo intergovernativo e le decisioni fossero prese all’unanimità. Ora che questo periodo di polity building è terminato e si è passati ad una fase in cui bisogna decidere in che modo portare avanti le politiche dell’Unione, il conflitto politico ha cominciato ad emergere e con esso sono emersi di volta in volta vincitori e sconfitti di tale conflitto.
Allo stesso tempo, con il completamento del mercato interno, anche le politiche dell’Unione cominciarono a mutare, passando da strettamente regolative a progressivamente redistributive. La distribuzione delle risorse dunque ha smesso di essere “pareto-efficiente” (dove tutte le parti beneficiano allo stesso modo dalla distribuzione), ma a vantaggio di determinati schieramenti.

Questi cambiamenti, all’interno del processo di costituzione di un’istituzione nazionale (o come in questo caso sovranazionale) necessitano allo stesso tempo di aggiustamenti anche nel modo in cui vengono prese le decisioni al suo interno. Per visualizzare al meglio come diversi modelli di governo funzionano, gli scienziati politici sono soliti servirsi di un continuum che vede da una parte degli estremi un modello di governo dove le decisioni sono prese per consenso, mentre dall’altra un modello di governo in cui le decisioni sono prese in maniera maggioritaria. Nel primo caso larghe maggioranze (se non l’unanimità) sono necessarie per prendere decisioni, mentre all’estremo opposto anche una stretta maggioranza può dominare il processo legislativo.
Il sistema politico inizialmente teorizzato da Jean Monnet e dai padri fondatori era un sistema dominato dal metodo del consenso e dell’unanimità, in modo tale che nessuno dei membri risultasse dalla parte degli sconfitti. Questo sembra normale dal momento che si stavano decidendo le regole sotto le quali tutti avrebbero successivamente dovuto giocare. Con la trasformazione dell’UE verso un sistema sempre più a carattere redistributivo è stato necessario modificare anche il processo di policy-making, verso un modello meno consensuale e più maggioritario, ovvero un sistema che garantisse maggiore legittimazione del sistema.
Ecco dunque arrivare tre grandi riforme dell’impianto istituzionale dell’EU:
1) L’introduzione della maggioranza qualificata in seno al Consiglio
2) L’estensione dei poteri del Parlamento Europeo
3) I cambiamenti nel modo in cui viene scelta la Commissione.

Tuttavia, e qui veniamo finalmente al tanto sbandierato deficit democratico, secondo i difensori più strenui degli standard maggioritari, non è stato fatto abbastanza e all’interno dell’impalcatura istituzionale dell’UE persiste un netto sbilanciamento tra politiche sempre più redistributive e un modello di governance non ancora sufficientemente maggioritario. Questo GAP si traduce in un deficit democratico che porta alla non accettazione (o parziale accettazione) da parte degli sconfitti del risultato finale, facendo apparire l’UE come una cricca di tecnocrati, isolati dal mondo e senza legittimazione democratica.

Ora, pur trovandomi d’accordo con gli argomenti di coloro che avvalorano questa tesi, ritengo poco praticabile un cambiamento immediato verso una forma di governance dell’UE in senso maggioritario. Una tale riforma del sistema infatti implicherebbe mutamenti nei trattati e necessiterebbe quindi un largo consenso tra quelli che ormai non sono più 6 o 10, ma 28 stati membri, consenso che in questo momento sarebbe estremamente difficile da raggiungere. Senza contare i rischi derivanti da tali riforme per il governo di 500 milioni di persone che mantengono ancora profonde differenze economico/sociali.

Quello che si può fare, e che in parte si sta facendo per tornare al punto iniziale, è attuare dei piccoli cambiamenti, non implicanti la modifica dei trattati, in modo tale da rendere il processo democratico dell’UE più maggioritario (e dunque incisivo) non da un punto di vista procedurale, quanto da un punto di vista sostanziale.
A questo proposito il politologo Simon Hix suggerisce delle modifiche per ognuno dei tre organi principali dell’UE:
1) Assegnare poteri di agenda-setting (come la presidenza delle commissioni parlamentari) in maniera meno proporzionale (modificando, per esempio, il quoziente per l’assegnazione) o eleggendo il presidente del Parlamento per un mandato di cinque anni
2) Rendere completamente trasparente il processo decisionale all’interno del Consiglio (rendendo quindi più responsabili gli attori)
3) Designare un candidato alla presidenza della Commissione prima delle elezioni europee (Hix, 2008).

ue_flagQueste modifiche promuoverebbero notevolmente la competizione politica a livello europeo, dando quindi maggior accountability e legittimazione all’Unione Europea. Non solo, una maggiore e più genuina competizione politica porterebbe sicuramente ad un maggiore interesse da parte dei media nazionali verso le questioni politiche riguardanti l’UE. Dovendo le élite nazionali schierarsi a livello europeo, avendo il P.E maggiori poteri ed avendo la Commissione europea maggiore legittimità, l’interesse dei cittadini crescerebbe notevolmente, sviluppando un vero dibattito sulle questioni europee. Tutto questo non farebbe altro che aumentare la consapevolezza dei cittadini nei confronti dell’UE ridando slancio al processo di integrazione nonché alla costituzione di un vero e proprio demos europeo.

Proprio per questo le prossime elezioni europee saranno di fondamentale importanza. Il primo dei tre cambiamenti è stato già attuato e ci sono ottime possibilità che pure gli altri due vengano portati a termine (al netto dell’ottusità politica, mai da sottovalutare).

Non ci resta quindi che sperare in un sempre maggiore dibattito riguardo queste elezioni e verso i temi europei, con la speranza di un futuro più roseo per l’Unione Europea.

di Michail Schwartz

Michail Schwartz nasce a Cremona il 26 Gennaio 1990. Trasferitosi a Firenze nel 2009, nel 2013 consegue la laurea in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Firenze con una tesi sulla struttura e l’organizzazione del Partito Socialista Europeo. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Studi Europei presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università di Firenze.

Testi di riferimento:

– Hix, Simon, What’s Wrong With the European Union and How to Fix it, Polity, 2008.
– Hix, Simon & Follesdal, Andreas, “Why there is a democratic deficit in the EU: A response to Majone and Moravcsik”, Journal of Common Market Studies, Volume 44, Number 3, pp.533 – 62, 2006.

Ti potrebbe interessare anche...

Sull’adesione al PSE, come dare un senso all’ingresso del PD in Europa

Leggi e Commenta →